A cura di Mario Giamboni
Fior galeotto
Racconti e poesie di Rocco Degiorgi
cm 17 x 24, pagg. 192
Collana Fuoricampo 1

Fr. 35.- [+ spese di sped.]
ISBN 88-85232-11-6

Edizioni Arca
Notizia biografica
Rocco Degiorgi (1898-1984).
Originario di Ghirone (dove nacque il padre Ferdinando nella frazione di Aquilesco), Rocco Degiorgi nasce a Ponto Aquilesco (frazione di Aquila) il 16 gennaio 1898.
Terminate le scuole frequentate in paese e ottenuta la licenza della scuola maggiore di Dangio, nel settembre del 1913 inizia a studiare alla Normale di Locarno, dove consegue la patente di Maestro nel 1917.
Prosegue quindi gli studi all’Università di Friborgo.
Insegna poi nelle scuole maggiori di Ponto Valentino, Bodio e Olivone. Per un breve periodo assume la carica di segretario comunale di Aquila.
Il suo interesse di uomo di cultura preparato e intelligente lo porta a diventare scrittore e poeta.
Ricercatore acuto e affettuoso del passato e della storia della sua terra, ha pure lasciato un ricco archivio di immagini fotografiche.
Rocco Degiorgi muore a Corzoneso nel 1984.
Homepage
Edizioni Arca
Editoria, distribuzione
Acquisto con fattura
 
 
Tremola  



A cura di Mario Giamboni

Fior galeotto
Racconti e poesie di Rocco Degiorgi

«Rileggendo i suoi racconti e le sue poesie scopro sempre nuove porzioni di realtà, inedite, ma pur significative per chi, come me, si è nutrito di emozioni e di attese analoghe».

[FORNIBILE DA INIZIO OTTOBRE 2005]
Ordinazione/Acquisto
Breve estratto di Fotografie

[Prefazione].
E' con vivo piacere che accolgo l’invito a scrivere alcune righe di prefazione per questa pubblicazione degli scritti di Rocco Degiorgi. Il piacere è duplice: da una parte perchè il curatore, Mario Giamboni - più volte distintosi nel raccogliere, ordinare e portare a conoscenza del pubblico scritti, fotografie e documenti anche inediti sul passato della nostra valle - ci dà un’altra occasione di accostarci alla storia della nostra emigrazione d’inizio secolo passato e di partecipare alle dure lotte dei nostri concittadini contro la condizione di povertà e di miseria. Trattasi anche di storie di grandi sogni, di avventure e di confronto-scontro quasi mimetico con la natura, nelle quali a prevalere è spesso la dignità umana nel gestire il proprio destino.
L’idea di pubblicare gli scritti del Degiorgi - dopo aver pubblicato in passato altri testi dello stesso autore e dopo aver organizzato in due occasioni l’esposizione delle sue preziose testimonianze fotografiche - è da accogliere anche e soprattutto come dovuto riconoscimento del valore letterario dei testi qui proposti.

L’altro motivo di piacere è che ho conosciuto personalmente lo scrittore quand’ero giovanetto; lo ricordo come uomo sicuro di sè, di aspetto un po’ aristocratico, abile intenditore di questioni giuridiche e cordiale verso chi dimostrava interesse per i suoi racconti. Era un piacere ascoltarlo mentre sciorinava con dovizia di particolari e con impeccabile memoria fatti, immagini e leggende del passato. Quello che già allora mi colpiva era la sua caparbia ricerca, attraverso le minute cose, di un senso profondo della vita, di una traccia dell’universale anche in cose apparentemente insignificanti.
Rileggendo i suoi racconti e le sue poesie scopro sempre nuove porzioni di realtà, inedite, ma pur significative per chi, come me, si è nutrito di emozioni e di attese analoghe.
La prosa di questi scritti è coinvolgente, più di narrazione letteraria, che di descrizione cronachista; una prosa che tende, qua e là, a trasfigurare le cose, i paesaggi e le gesta umane in un’atmosfera tra il reale e l’immaginario, in cui la lotta tra il male e il bene rimane come sospesa, un atto incompiuto.
Un pezzo di rara bravura è la descrizione delle croci di larice di un piccolo cimitero di montagna. Il larice - assai ricorrente nei suoi scritti - assume una valenza diversa dalla vil materia, al punto da diventare un ponte di congiunzione fra la vita e la morte: «Di larice! L’albero ch’egli (l’alpigiano) ha ammirato fanciullo con occhio estatico e invidioso per il gigante che svettava nelle nuvole bianche del firmamento l’esile cima verdugna; impavido e sprezzante sui pendii rapidi fra le balze granitiche, lungo gl’infidi canaloni, ritto e gagliardo; ma talvolta mutilato glorioso dell’urto con la valanga, o per l’incendio del fulmine, simbolo se non di eternità, almeno di perennità longeva, secolare fin presso il millennio».

Un’altra descrizione intensa ed evocatrice dell’incessabile lotta fra l’uomo e la natura è quella intitolata "Fior galeotto". In una vecchia stalla di Garzotto, si rivivono attimi di paura al passare della bufera che tutto fa tremare e disperde la mandria data in cura a un pastorello bresciano: «Quella lontana sera di fine settembre era un finimondo: raffiche violente che mulinavano una nebbia fatta di nevischio che scendeva dalle cime già ben ammantate di coltre polverosa, giù a precipizio per i valloncelli erti e gli stretti canaloni denudati dalle valanghe di sempre e negli orridi profondi e mugulanti di echi strani e paurosi, per dilagare nei pascoli e alle cimose delle drose che nascondevano i precipizi e le vaste radure dei rododendri, che andavan spogliandosi del loro fogliame cuoioso; e scuotevano come fuscelli i larici giovani, che piegavan di qua, or di là la morbida chioma dorata, mentre i vecchi resistenti all’urto si spogliavano dell’inutile seccume di ramoscelli e pine aride e grigie».
Eppure negli scritti del Degiorgi c’è sempre uno spiraglio di speranza, una ferrea volontà di non lasciarsi trascinare dall’ineluttabilità degli eventi affinchè la fantasia trovi libero decorso nel lembo ristretto della quotidianità e spieghi le vele di sogni infiniti: «Lasciam che la vela / ci porti lontano, / in cerca d’un porto / che mai troverai: / fuggiam l’inganno / l’amaro passato, / viviam ne la speme, / sebbene fugace, / guardiamo sereni / l’incerto avvenir».
Riecheggia in questi versi qualcosa di carducciano, un nostalgico amore della vita nella sua luminosa pienezza, intimamente unito a un sentimento della morte, in cui contrasta il sole con l’ombra. Anche il progresso (il «fragor di macchine, ferraglie e di sirene urlanti») può essere in qualche modo domato dalla propria interiorità: «Solo in compagnia / del mai spento amor, / e del rimpianto, / per le perdute cose, / sommerse dall’onda (le acque del Luzzone) / placida che carezza / il lido, medito / … e piango!».
E c’è pure un’aria di sfida nei confronti della prepotenza di chi non ha riconosciuto le giuste pretese nei confronti dell’incalzare "progresso". Un grido - ahimè solitario! - si erge contro la bonarietà ingenua del montanaro che, per pochi soldi, si è lasciato abbindolare: «Lasciamo al lettore intelligente di calcolare in milioni quanto i cari Bleniesi hanno perduto nella sola operazione di passaggio della linea ad alta tensione… Seduto sulla deserta riva del mio fiume morto, a meditare sull’ignoranza e la malizia degli uomini d’oggi, parole non ci appulcro».
Anche i numerosi ritratti di umili personaggi del tempo oltre che essere espressivi, raccolgono in sé una sottile ironia. Si veda ad esempio la descrizione del vicesindaco di Campo, designato ad accogliere con discorso il Vescovo: «… vecchio jeratico dalle forme atletiche d’un tempo, curvo per gli anni e la lunga fatica di salire i pendii, la prolissa barba grigia e incolta, pareva uno di quei secolari profeti dipinti nell’arcata del coro della bella chiesina di San Maurizio alla Faura; e aveva messo l’abito nero di primo cameriere del "Café de l’Univers"cinquant’anni prima… e andava ripetendosi per l’ennesima volta, con lieve muovere delle labbra e gesti mal repressi, il saluto da rivolgere al Monsignore». Il povero “rustico oratore”, all’atto del saluto, andò in confusione e il giovane Vescovo così commentò: «Come sono belle le vostre montagne… ma voi?… voi siete molto più in alto!». Tanto bastò per illuminare la fronte del vecchio priore che «prese per buon frumento l’arguzia del Vescovo».

Al lettore di questo libro vorrei indicare tanti altri passi significativi dello scrittore; ma ciò gli toglierebbe il piacere della scoperta che val di più delle mie parole. Dirò solo che egli può trovare alimento per la sua curiosità: dalla toponomastica bleniese, alla descrizione di eventi di attualità; dalle leggende (si vedano in particolare "La filatrice di Curterio", la "Leggenda di Refugio", la "Monaca di Cavallasca", la "Taddea"), agli episodi di vita dell’emigrazione, soprattutto verso Milano, di coloro che partivano giovanetti inebriati dalle speranze rosee nei loro cuori, per tornare al tramonto della vita stanchi, a riposare al villaggio nativo. Di grande effetto sono le descrizioni delle tragedie naturali quali l’alluvione del 1868 e le catastrofi bianche del 1851 e 1951 (quest’ultime pubblicate nel 1998 dal Giamboni, in omaggio ai 100 anni dalla nascita dello scrittore).
Mi si permetta di chiudere questa incompleta presentazione con un accenno a un racconto di grande umanità dal titolo "Il corriere del Soprassosto". Questo testo ci riporta alla memoria il romanzo di Giovanni Laini, "Il bracconiere del Sosto", scritto nel 1936 con in copertina una xilografia di A. Patocchi, che riproduce un camoscio che salta sotto alcune crode, un cacciatore - il bracconiere - che ne spia le mosse e la cuspide del Sosto che si eleva nella sua inconfondibile e misteriosa forma trapezoidale. C’è un filo conduttore che lega i due testi: è il dramma, forse mai capito, vissuto umilmente e con dignità dai personaggi rappresentati - il corriere e il bracconiere - nella sfida impari con le avversità della natura. Nella chiusura del racconto, il Degiorgi ci rappresenta in modo efficace quello che era, in fondo, la dura vita di lassù «salutatelo con rispetto (il corriere del Soprassosto)… che fu tante volte a tu per tu con la morte, come il soldato per fedeltà al suo oscuro dovere. Che ha ereditato le virtù familiari dei suoi maggiori, meritandosi la riconoscente stima di tre generazioni in una sperduta valle alpina, dove un pugno di montanari, faticosamente ed umilmente, stentan la vita ignorati e non abbastanza considerati da quelli che s’accontentan di visitare e d’ammirare il Soprassosto in una di quelle meravigliose giornate estive, quando l’ampia conca è tutta barbagli di sole e splendor di fiori, e non sanno e non possono comprendere, gente del piano e della città, quanto triste e penosa sia lassù la vita, nel lungo inverno».


Gerardo Rigozzi
direttore della Biblioteca cantonale di Lugano